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martedì 26 maggio 2026

Dolore emotivo: cause, significato e percorso di guarigione


Ci sono ferite che non si vedono. Non sanguinano, non lasciano lividi sulla pelle, eppure fanno male in modo profondo e continuo. Il dolore emotivo è una delle esperienze più intense che un essere umano possa vivere. 

Può nascere da una delusione, dalla perdita di una persona cara, da un tradimento, da parole che colpiscono nel punto più fragile, oppure da un lungo periodo di solitudine e incomprensione.

Spesso tendiamo a minimizzarlo perché non è visibile agli occhi degli altri. Se una persona si rompe una gamba, tutti comprendono immediatamente che ha bisogno di tempo per guarire. 

Ma quando si rompe qualcosa dentro di noi, il mondo continua ad aspettarsi che sorridiamo, lavoriamo, rispondiamo ai messaggi e andiamo avanti come se nulla fosse.

La verità è che il dolore emotivo può essere persino più difficile da affrontare di quello fisico. 

Non esiste una radiografia capace di mostrarlo con chiarezza, e molte persone finiscono per sentirsi sole proprio mentre stanno soffrendo di più.

Da dove nasce il dolore emotivo?

Ogni emozione nasce da un bisogno umano. Quando qualcosa minaccia il nostro equilibrio interiore, il cervello reagisce producendo sofferenza emotiva. Questo succede perché siamo esseri profondamente relazionali: abbiamo bisogno di sentirci amati, accettati, sicuri e compresi.

Il dolore emotivo può avere tante origini:

  • La fine di una relazione importante

  • Un lutto

  • Il rifiuto

  • L’abbandono

  • L’umiliazione

  • Il senso di fallimento

  • La paura del futuro

  • Traumi vissuti nell’infanzia

  • Solitudine prolungata

  • Stress e pressione costante

A volte il dolore arriva all’improvviso, come uno schiaffo. Altre volte cresce lentamente, accumulandosi giorno dopo giorno fino a diventare insopportabile.

Ci sono persone che convivono con una tristezza silenziosa per anni senza riuscire a darle un nome. Continuano a funzionare all’esterno, ma dentro si sentono svuotate.

Il corpo sente ciò che il cuore nasconde

Molti credono che le emozioni restino “solo nella testa”, ma non è così. Il dolore emotivo coinvolge anche il corpo. 

Ansia, insonnia, stanchezza cronica, mal di testa, tensioni muscolari, tachicardia e mancanza di energia possono essere segnali di una sofferenza interiore profonda.

Quando viviamo emozioni intense, il cervello attiva gli stessi circuiti neurologici coinvolti nel dolore fisico. 

Ecco perché certe frasi come “mi si è spezzato il cuore” non sono soltanto metafore: il corpo reagisce davvero alla sofferenza emotiva.

Ignorare questo dolore non lo fa sparire. Al contrario, spesso lo rende più forte. 

Le emozioni represse trovano comunque un modo per emergere: attraverso il corpo, la rabbia, l’isolamento o l’apatia.

Perché facciamo fatica a parlarne?

Viviamo in una società che premia la forza apparente. Fin da piccoli ci insegnano frasi come:
“Non piangere.”
“Devi essere forte.”
“Passerà.”
“Non pensarci.”

Così molte persone imparano a nascondere il proprio dolore invece di ascoltarlo. Mostrare vulnerabilità viene spesso visto come un segno di debolezza, quando in realtà richiede enorme coraggio.

Parlare del proprio dolore emotivo significa ammettere che qualcosa ci ha feriti davvero. E questo può fare paura.

C’è anche chi teme di essere giudicato, non capito o addirittura ignorato. Per questo tante sofferenze restano chiuse nel silenzio.

Accettare il dolore non significa arrendersi

Una delle cose più importanti da comprendere è che reprimere le emozioni non equivale a guarire. 

Fingere di stare bene può funzionare per un po’, ma prima o poi ciò che ignoriamo torna a bussare alla porta.

Accettare il dolore significa riconoscere ciò che proviamo senza vergogna. Significa concedersi il diritto di stare male, senza sentirsi sbagliati per questo.

La guarigione emotiva non è lineare. Ci saranno giorni migliori e altri più difficili. 

Alcune ferite richiedono tempo, pazienza e supporto. Ma ogni emozione ascoltata perde lentamente parte del suo peso.

Cosa può aiutare davvero?

Non esiste una formula magica valida per tutti, ma ci sono piccoli passi che possono fare una grande differenza:

Parlare con qualcuno

Condividere ciò che si prova alleggerisce il peso interiore. A volte basta una persona capace di ascoltare senza giudicare.

Scrivere le proprie emozioni

Mettere nero su bianco ciò che sentiamo aiuta a dare ordine al caos mentale.

Chiedere aiuto professionale

Uno psicologo non serve solo nei momenti estremi. È una guida che può aiutare a comprendere e affrontare il dolore in modo sano.

Rispettare i propri tempi

Non tutti guariscono alla stessa velocità. Confrontarsi con gli altri spesso peggiora la sofferenza.

Prendersi cura del corpo

Dormire, mangiare bene, respirare profondamente e fare movimento influisce anche sulla salute mentale.

Il dolore può trasformarci

Anche se sembra impossibile mentre lo stiamo vivendo, il dolore emotivo può insegnarci molto su noi stessi. 

Le ferite spesso ci costringono a fermarci, a guardarci dentro e a capire cosa conta davvero.

Molte persone, dopo periodi estremamente difficili, scoprono una forza interiore che non pensavano di avere. 

Non perché il dolore sia “bello”, ma perché affrontarlo ci rende più consapevoli, più profondi e spesso anche più empatici verso gli altri.

Chi ha sofferto davvero impara a riconoscere il dolore negli occhi altrui.

Nessuno dovrebbe affrontarlo da solo

La cosa più importante da ricordare è questa: il dolore emotivo è reale. Non è esagerazione, non è debolezza e non è qualcosa di cui vergognarsi.

Tutti, prima o poi, attraversano momenti in cui si sentono persi, fragili o spezzati. Ed è proprio in quei momenti che abbiamo più bisogno di umanità, ascolto e comprensione.

Guarire non significa dimenticare ciò che ci ha feriti. Significa imparare a convivere con quelle esperienze senza lasciare che definiscano completamente chi siamo.

E soprattutto, significa capire che anche nei periodi più bui, chiedere aiuto non è un fallimento. È uno dei più grandi atti di coraggio che una persona possa fare.

domenica 3 maggio 2026

Come trovare speranza nei momenti più difficili della vita


Arturo non seppe mai dire quando aveva iniziato a uscire dal centro della vita. Non ci fu un evento preciso, ma una lenta sottrazione: gli sguardi che prima si fermavano ora scorrevano oltre, le parole che un tempo accendevano le conversazioni cadevano senza eco. 
Non era rifiuto, né ostilità. Era qualcosa di più sottile: come se il mondo continuasse, ma senza più includerlo davvero.

Un tempo, Arturo non pensava a sé come a un corpo. Era slancio, possibilità, futuro. Ora, invece, si scopriva a guardarsi nello specchio e a vedere non tanto un volto invecchiato, ma un volto che non prometteva più nulla. 

E capì che la differenza non era nell’età, ma nella direzione: prima la sua esistenza era apertura, ora era memoria.

Cominciò a osservare gli altri. I giovani, soprattutto. Non li invidiava. Li vedeva. Nei loro gesti c’era qualcosa che andava oltre la bellezza: una coincidenza naturale con il movimento della vita. 

Non si limitavano a esistere; erano attraversati da qualcosa che li proiettava avanti. Nei loro sguardi non c’era peso, nei loro gesti non c’era esitazione. Non portavano ancora il tempo, lo generavano.

Una sera, al parco, vide due ragazzi seduti vicini. Uno sfiorò il volto dell’altro con leggerezza. Arturo comprese che quel gesto non era semplicemente affetto: era segno di un inizio, promessa di qualcosa che ancora non era accaduto. 

Pensò alle proprie mani, agli stessi gesti compiuti anni prima. Ora, se li avesse ripetuti, non avrebbero avuto lo stesso significato. Non sarebbero stati promessa, ma ricordo.

Fu allora che iniziò a ritirarsi. Non per scelta, ma perché restare gli sembrava sempre più innaturale. E la cosa più difficile non fu la perdita delle abitudini, ma quella dello sguardo. 

Nessuno lo guardava più davvero. Non con intenzione. Semplicemente, non lo vedevano. E in quel non essere visto, Arturo avvertì qualcosa di inquietante: come se esistere dipendesse, almeno in parte, dall’essere riconosciuti.

Un funerale gli rese chiaro ciò che intuiva. Ascoltando le parole pronunciate su un uomo morto, capì che non si trattava di descriverlo, ma di mantenerlo. 

La memoria non conservava il passato: lo produceva. Il morto viveva solo finché qualcuno lo ricordava. Era una seconda vita, fragile, dipendente.

Questo lo portò a interrogarsi: cosa resta quando nessuno guarda più? Quando anche la memoria si spegne?

Ne parlò con Elena, che come lui sembrava ormai ai margini. «Forse non usciamo dalla vita» disse lei. «Usciamo da una forma della vita. Quella che ha bisogno di essere vista.»

Quella frase rimase in lui.

Col tempo, Arturo smise di cercare di rientrare. Non si oppose più al processo. Osservò. E lentamente, qualcosa cambiò. La perdita dello sguardo non fu più solo privazione, ma spazio. Uno spazio in cui non era più necessario apparire.

Un giorno, fermo in una strada quasi vuota, accadde qualcosa. Non fu un pensiero, ma una condizione. Non c’era più bisogno di essere qualcuno. Non c’era più tensione verso il riconoscimento. C’era solo presenza.

Per un istante, Arturo non era né dentro né fuori dalla vita. Esisteva  semplicemente.

E quel momento bastò a cambiare tutto.

Capì allora che ciò che aveva temuto — lo svanire — non era la fine, ma il passaggio. La vita non lo stava abbandonando. Stava semplicemente continuando altrove. E lui, nel suo ritirarsi, non usciva dalla vita, ma dalla sua forma visibile.

Un mattino, seduto su una panchina, guardò il mondo senza confrontarsi più con esso. 

I giovani, gli alberi, il vento — tutto appariva senza gerarchia. Non c’era più centro, né margine.

La vita non apparteneva a nessuno.

Non era nei giovani, né nei vecchi.

Era nel suo continuo apparire e scomparire.

E noi, pensò, siamo solo le forme che attraversa. Quando queste forme si consumano, la vita non finisce. Si sposta.

E quando anche la forma si dissolve, non resta il nulla. Resta ciò che non ha mai avuto bisogno di essere visto per esistere.

Arturo si alzò e se ne andò. Non verso qualcosa, ma senza più bisogno di appartenere.


*Spunto tratto dal 2^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 



Leggi anche: La filosofia raccontata (di Luigi Squeo)
oppure

Diventa ciò che sei (di Luigi Squeo)

mercoledì 18 febbraio 2026

L'anima serena ha già vinto le sue battaglie



Non c'è niente di più strano di una persona che parla della morte come se fosse un viaggio che non vede l'ora di intraprendere.

Molte persone temono la morte perché, in fondo, non si sentono preparate. Quando non siamo preparati a qualcosa, la paura si manifesta come un messaggero. È come stare al cancello di un viaggio senza biglietto in mano. Certo, ci sono ansia ed esitazione.

Sulla croce, Gesù disse: "È compiuto", segnando il completamento della sua missione.

Quando hai completato il lavoro che ti è stato assegnato, non c'è paura.

Le nostre anime sanno quando qualcosa non è finito. Questa consapevolezza spesso assume il volto della paura.

Una persona profondamente risvegliata trascorre la maggior parte della sua vita lavorando per finire il lavoro per cui è venuta qui. Ascolta la guida interiore che le dice che c'è qualcosa per cui è venuta qui, e le risponde, ancora e ancora.

Attraverso il lavoro sull'ombra, elaborano emozioni e vergogna non elaborate, purificando il corpo astrale in modo che non si aggrappi alle cose di questo mondo. Si arrendono quotidianamente – lasciando andare controllo, reputazione e risultati – così che il sistema nervoso impari a fidarsi dell'Ignoto.

Elaborare i propri traumi e lavorare sul bambino interiore risolve il panico di sopravvivenza insito nel sistema, sostituendolo con una profonda sicurezza interiore.

Eliminano il karma negativo facendo ammenda per sistemare le cose, dicendo la verità senza paura e allineando le proprie azioni a ciò che è giusto, sciogliendo così i legami che altrimenti trascinerebbero le loro anime nella paura.

Il modo in cui servono i loro doni ammorbidisce il loro ego, approfondendo la relazione con il Divino, così che la morte sia vista come un ritorno a casa e l'identità si sposta dal deperibile all'eterno.

I rituali di gratitudine e completamento – benedizioni per la propria vita e quella degli altri, addii come se fosse l'ultima volta e lasciare un'eredità – chiudono i cicli karmici e illuminano il campo dell'anima.

Una persona profondamente risvegliata non teme la morte perché la sua vita è, in sostanza, una prova generale per la morte. Muore un po' ogni giorno. Sottomette i suoi desideri personali ed egoistici e le sue tendenze peccaminose alla vita dello Spirito, finché la morte stessa non sembra naturale.

A poco a poco, il bagaglio interiore viene fatto e si è preparati.

Senza la paura della morte, la vita riacquista il suo potere di ispirare.

Quando sei preparato, il tuo rapporto con la vita e la morte cambia.

Vivi ogni giorno pronto a comparire davanti al tuo Creatore. Cammini con autorità, non per orgoglio ma per pace, e la morte smette di sembrare un dirupo e inizia a sembrare una porta. Sembra meno una scomparsa e più un ritorno a casa.

Ma niente di tutto ciò nega il lato umano.

La paura della morte è profondamente naturale. Ad alcuni di noi è stato insegnato ad aspettarsi punizioni o abbandono, quindi ci aggrappiamo alla vita. E molti non temono di andarsene tanto quanto temono di soffrire, perdere la dignità o lasciare indietro i propri cari. Quella paura è amore travestito. Dice: "Questo è prezioso, non ho finito".

Una persona può essere profondamente sveglia e desiderare ancora un'altra estate, un'altra torta di compleanno, un altro martedì con i nipoti.

Volere più tempo è una storia d'amore.

Quando la vita è pienamente vissuta, quando abbiamo provato la gioia e il dolore, lo stupore e la sofferenza, la paura viene sostituita dalla pace. La pace nasce dalla sensazione che l'amore non è perduto.

I legami che abbiamo con coloro che amiamo continuano, anche se le forme cambiano.

Se la preparazione è l'antidoto alla paura della morte, allora la preparazione è il modo in cui viviamo le nostre giornate ordinarie.

Coloro che si sono preparati – che hanno amato onestamente, perdonato liberamente, imparato le loro lezioni e offerto i loro doni – non si aggrappano alla vita. Guardano avanti, non come a una fuga, ma come a un ritorno a casa. Confidano che la stessa intelligenza che ci ha portato qui ci accompagnerà quando sarà il momento di andare.

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sabato 14 febbraio 2026

Quando la solitudine è una scelta



Si racconta la storia di uno studente delle superiori di nome Andrea che sceglie di stare da solo perché vede la vita sociale piena di ipocrisia. Crede che la giovinezza sia piena di bugie. Ai suoi occhi, le persone sembrano costruire illusioni emotive legate a vaghe fantasie metafisiche. 

Andrea guarda sempre le cose con realismo, anche quando indispone. Si rifiuta di mentire a sé stesso solo per far sembrare il mondo che lo circonda meno falso. Tuttavia, questo modo di pensare fa sì che gli altri lo fraintendano e si allontanino da lui. Senza rendersene conto, dice spesso cose che feriscono gli altri, pur essendo onesto. Per questo motivo, la sua vita si riempie di solitudine. Alla fine, accetta quella solitudine.

Un giorno, un'insegnante gli chiese il motivo su cui era radicata la sua convinzione asociale. Ecco cosa a rispose:

"Odio le brave ragazze. Se mi salutano, resto indifferente. Se mi rispondono ai messaggi, il cuore mi batte all'impazzata. Il giorno in cui una mi chiama, so che guarderò la cronologia delle chiamate e sorriderò. Ma so che è solo gentilezza. Chiunque sia gentile con me è gentile anche con gli altri. Ma mi ritrovo sempre sul punto di dimenticarlo. Se la verità è crudele, allora le bugie devono essere gentili. Ecco perché la gentilezza è una bugia. Ho rinunciato ad aspettarmela sempre, a confonderla sempre e persino a sperarla. Chi ha lavorato duramente per stare da solo non cade nello stesso inganno due volte. Sono un veterano delle sconfitte. Ecco perché odierò sempre le brave ragazze."

Andrea odia le "brave ragazze". Per lui, si comportano semplicemente come sempre e questa gentilezza è ciò che le rende apprezzate dagli altri. Secondo lui, si arriva a capire troppo tardi che la gentilezza non è qualcosa di speciale. Essere gentili con una persona significa anche essere gentili con gli altri. Andrea le vede come se stessero semplicemente recitando la parte della gentilezza, attraendo gli altri con una falsa sincerità.

Proprio come dice Sartre, "L'inferno sono gli altri", spesso siamo intrappolati da come gli altri ci vedono e ci giudicano. Quando le ragazze si comportano con gentilezza, in un certo senso ti giudicano come qualcuno che merita aiuto. Lei si pone come un'Aiutante e l'Altro come qualcuno che ha bisogno di aiuto. Andrea odia la ragazza gentile perché ha la sensazione che gli tolga la libertà e lasci dietro di sé una ferita che continua a ferire.

Nel mondo sociale, le persone spesso indossano maschere per nascondere la loro vera personalità. Si nascondono da una realtà che non può essere messa in scena. Mentono per diventare parte della società. Come individui, gli esseri umani tendono a essere plasmati da ciò che li circonda. Come gruppo, plasmano altri individui per creare un "accordo". Questo accordo si basa su emozioni false, perché gli esseri umani tendono a evitare il dolore e a cercare la felicità.

Le relazioni umane sono essenzialmente temporanee. Sono facili da formare e altrettanto facili da rompere. Ciò che si costruisce con le emozioni può dissolversi quando le emozioni svaniscono o cambiano. Costruire una relazione è come accendere una candela. Aspetti che si sciolga o che il vento ne spenga la fiamma. Quindi, per Andrea, il tipo di relazione che le persone normalmente accettano e quella piena di bugie e legata da illusioni emotive, non è qualcosa di veramente autentico.

La sua solitudine di Andrea nasce da traumi passati, dalla dipendenza dagli altri e dall'esperienza di sperare solo di essere delusi. Per questo motivo, egli si trasforma in un "cattivo", sacrificandosi come soluzione. Preferirebbe essere odiato piuttosto che sperato. Preferirebbe essere solo piuttosto che essere tradito. 

La scelta di Andrea è esistenziale. È pronto ad accettare le conseguenze delle sue decisioni e ad assumersi la responsabilità delle sue azioni. La sua solitudine non è oggetto di pietà, ma una scelta dettata dalla responsabilità di chi sceglie per le scelte che fa.

giovedì 5 febbraio 2026

La noia di vivere per sempre



La morte è il grande vincolo a tutto ciò che facciamo. Non leggerete mai tutti i libri che volete o scriverete tutte le storie che avete in testa. Dovete scegliere come trascorrere il vostro tempo indeterminato su questa Terra. Questo grande vincolo vi obbliga a concentrarvi, a curare la vostra attenzione e le vostre attività.

La verità universale della morte è il motivo per cui è importante per tutti impegnarci a vivere il presente, a sviluppare la consapevolezza. 

Il passato è già passato e il futuro è incerto.

Nel film "Vivere per sempre", una famiglia diventa immortale per sbaglio e trascorre la vita vagando in giro cercando di non farsi notare e, allo stesso tempo, di impedire a chiunque altro di bere dal ruscello che ha donato loro l'immortalità.

Come società, siamo ossessionati dalla giovinezza. Quasi tutto il nostro intrattenimento e la nostra cultura popolare sono rivolti ai giovani o alla nostalgia che gli anziani provano per il tempo in cui la cultura si prendeva cura di loro nella loro giovinezza.

Avere solo una quantità limitata di tempo ogni giorno e nella nostra vita è un vincolo che la nostra cultura sostiene ci impedisca di essere felici. Se solo avessimo più tempo, potremmo fare molto di più. Tutto, dal benessere alla produttività, è spesso finalizzato a sfuggire ai vincoli del tempo.

Dovremmo essere più produttivi con il nostro tempo limitato per guadagnare di più. 

Dovremmo guardare l'orologio per non rimanere senza tempo. 

Raramente ci fermiamo a chiederci cosa significhi sfruttare al meglio la nostra vita. 

Occorre solo essere umani, vivere una vita profondamente umana.

Bisognerebbe fare cose che aiutino gli altri e che riempiano di gioia i momenti di vita. Non dovremmo cercare di riempire la giornata pensando come arricchirci.

Sebbene tendiamo a considerare i vincoli come fattori negativi, la maggior parte della grande arte è plasmata dai vincoli. 

I vincoli stimolano la creatività.

I vincoli di una vita finita ci permettono di provare maggiore appagamento e gioia. 

È la consapevolezza della morte che rende la vita degna di essere vissuta ora.

Sapere che abbiamo solo un certo tempo tra l'alba e il tramonto ogni giorno, ci costringe a fare scelte sagge su come impiegare quel tempo. Ciò dà la forza di vivere al meglio ogni istante di vita.

La consapevolezza della morte imminente non limita ciò che possiamo fare nella vita; ci incoraggia a non procrastinare le cose che riteniamo più importanti.

Gli antichi stoici dicevano spesso: "ricorda che morirai". 

Esisteva persino una ricca tradizione di creare opere d'arte e oggetti da portare con sé, che ricordavano visceralmente la propria fine.

La bellezza di una vita finita è che la vita diventa qualcosa da vivere e assaporare, non semplicemente da sopportare.

martedì 23 dicembre 2025

Nostalgia amara



Di sera stavamo insieme per ore, parlando a pochi centimetri dai nostri occhi. E fra stelle, carezze ed emozioni, si chiudeva nel buio il nostro segreto. Raccontavo storie e tu, sempre con lo sguardo fisso su di me, mi stringevi la mano.

Vivevo momenti di autentica magia. Ogni giorno scoprivo un po’ di te.
Io, romantico, e tu accesa davanti al mio sguardo, vivevamo in un mondo senza parole.
Ma ecco che tutto passa e va via, e che poi il cielo da brillante ritorna opaco.

Allora, ci si ritrova con pochi ciottoli raccolti nel passato … che si dicono ricordi e momenti di un tempo che non è più.

Quanta illusione ci raccontava che niente poteva cambiare. E sì! Sognavano insieme ad occhi aperti.
La vita è fatta solo di momenti, di pensieri che si confondono fra il sogno e la realtà, ma solo quando ti svegli capisci che non puoi decidere sempre tu e non puoi neanche tornare indietro nel tempo.
Ti consoli, assaporando nel retrogusto amaro, il valore di quei momenti. E così capisci cos'è la nostalgia, mentre la senti scendere giù dolcemente dentro di te, colorando di magia i ricordi di quei momenti che non torneranno più.


venerdì 24 ottobre 2025

Illusione d'amore



Sono sola, in dialogo con me stessa. A volte, scelgo la compagnia di me stessa per parlarmi e convincermi sulla bontà di certe idee che l’istinto mi suggerisce in modo sibillino. 

Sarà perché la mia sensibilità è complice, illudendomi che il mondo sia più comprensibile e dolce di quanto realmente è.

Ed ecco che comincio a parlare di te come se mi fossi accanto, tutto intento ad ascoltarmi e a comprendermi.

Più volte volevo scriverti una poesia o parlarti dell’amore, ma poi mi rendo conto che per te sono soltanto parole vuote, riempitive di spazi temporali senza importanza e allora desisto. 

Comunque scrivo, mi rivolgo a chi non ho mai conosciuto e di cui ho certezza che abbia la mia stessa sensibilità.
Le tue parole, spesso formali, fredde, mi arrivano come schiaffi, dense di ipocrisia e quindi faccio fatica a mantenere lo sguardo su di te. Declino il capo perché non leggessi nei miei occhi la delusione che mi spegne l’entusiasmo.

E allora mi rendo conto quanto sia difficile entrare nell’anima di chi ormai è abituato alla superficialità dell’essere; quanto sia arduo essere presente ed entrare nel cuore di chi “vede” una relazione in bianco e nero.

Caro amico, la mia idea d’amore è completamente estranea al tuo mondo e per questo motivo non la comprendi e forse ci ridi sopra. 

Sono sicura che quando i tuoi capelli diventeranno grigi, scoprirai che nella vita ci sono i colori dei sentimenti veri, quelli da coltivare, quelli che danno il senso di esistere e il piacere di vivere. Intanto ti accontenti delle “cose” che accumuli, assecondando inconfessabili egoismi mascherati da necessità e doveri ai quali ti è impossibile rinunciare.

Amare una persona significa includerla nella propria vita, farla partecipe, amica sempre. Non avere sospetti su nulla. Non considerarla un tassello da usare quando ne hai bisogno o quando hai da occupare i tuoi tempi morti, o, al peggio, soddisfare i tuoi capricci.

Non esiste niente di più importante della tua donna, perché non esiste una priorità quando c’è di mezzo il tuo sentimento. L’amore vuole una totale, gioiosa, libera e volontaria appartenenza di anima e corpo.

È troppo difficile per te? Probabilmente, sì. Ma ti comprendo perché per poter amare è necessario essere stati amati. E tu, non hai avuto la mia stessa fortuna.

Detto questo, io sono convinta che tu non hai mai amato nessuno perché nessuno è abbandonato da chi ama veramente.

Non credo di procurarti un gran dolore lasciandoti e questo mi solleva dall’ansia di essere stata dura con te. Io ritorno ad amare me stessa, illusa che esista da qualche parte del mondo chi potrei amare ed essere amata veramente.

lunedì 13 ottobre 2025

Identikit del cinico



Ultimamente la nostra impostazione psicologica predefinita è cambiata: dallo scetticismo, che può essere sano, al cinismo, che ha l'abitudine di corrodere tutto ciò che tocca.

Il cinismo al quale ci riferiamo è quel presupposto istintivo per cui le motivazioni dichiarate da tutti siano false, che le istituzioni siano irrimediabilmente corrotte, che i progetti idealistici siano truffe o illusioni, che non ci sia speranza e che chiunque affermi il contrario sia ingenuo o complice.

Il fascino del cinismo sta nel fatto che ti fa sembrare intelligente senza richiedere troppa indipendenza di pensiero. 

È più facile demolire che costruire, presumere il peggio che valutare le prove, deridere che impegnarsi, sogghignare piuttosto che sorridere.

Il cinico non si vergogna mai di aver creduto in qualcosa che ha fallito.

Non viene mai colto in flagrante per essersi fidato. È una polizza assicurativa contro le delusioni.

Ma il cinismo ti protegge dalla perdita solo impedendoti di correre rischi in primo luogo. Ti protegge dal dolore dell'idealismo tradito; ma lo fa rendendo impossibile credere in qualsiasi cosa.

Il cinico raggiunge l'invulnerabilità mirando alla sterilità. 

Non puoi essere deluso da una causa in cui non hai mai creduto, da un movimento a cui non hai mai aderito, da un uomo di cui non ti sei mai fidato, da un'idea a cui non hai mai dedicato un minuto del tuo tempo.

George Orwell la sapeva lunga. 

Ha trascorso anni a documentare i crimini del totalitarismo e i fallimenti dei movimenti politici, ma non ha mai smesso di credere che il socialismo democratico fosse possibile e per cui valesse la pena lottare. 

Era capace di tenere a mente contemporaneamente sia "il regime di Stalin è mostruoso" sia "un sistema economico più giusto è realizzabile".

Ciò a cui Orwell si oppose, con forza e controcorrente rispetto ai dettami moderni, fu la deriva da "questa cosa era corrotta" a "tutte le cose devono essere corrotte". 

La sua capacità di rimanere idealista pur essendo lucido riguardo ai fallimenti umani è uno degli aspetti che rende la sua scrittura ancora attuale nel 2025.

Ma la storia non è forse piuttosto schiacciante? La maggior parte dei grandi progetti non sono forse fallimenti? 

La maggior parte dei movimenti non viene cooptata, la maggior parte delle istituzioni catturate, la maggior parte degli idealisti smascherati come ipocriti?

Certo, ci sono molti casi simili.

La Rivoluzione francese ha divorato i suoi figli. L'Unione Sovietica è diventata esattamente il tipo di tirannia che sosteneva di voler rovesciare. 

I politici che fanno campagna per le riforme vengono inghiottiti dal sistema che avevano promesso di cambiare.

Ma notate cosa succede quando consideriamo tutto questo come la storia completa: ci perdiamo ogni caso in cui le cose hanno effettivamente funzionato.

Il Piano Marshall ha contribuito a ricostruire l'Europa. 

Il Movimento per i Diritti Civili ha posto fine alle leggi Jim Crow. Il vaiolo è stato debellato grazie a uno sforzo di coordinamento internazionale. 

Il Protocollo di Montreal ha affrontato il problema del buco nell'ozono. 

Sono queste storie di successo perfette? 

No, sono tutte accadute attraverso una serie di pessimi compromessi, un'esecuzione imperfetta e con conseguenze indesiderate. Ma sono accadute.

Per le persone che ci hanno creduto, il mondo è diverso, migliore.

Il cinico universale tratta questi successi come colpi di fortuna o propaganda, il che è una posizione difficile da mantenere. 

Se ogni apparente successo deve essere reinterpretato come un caso fortuito o una copertura per qualcosa di oscuro e oscuro, hai reso la tua visione del mondo infalsificabile. 

Hai creato una teoria che spiega tutto e niente.

Il cinico afferma di essere l'unico disposto a vedere il mondo per come è realmente, mentre tutti gli altri si abbandonano a confortanti finzioni. Ma questo è al contrario. 

Il cinico ha semplicemente scelto un diverso insieme di assiomi, filtrando tanta realtà quanto ingenuo ottimismo. 

Se l'ottimista vede solo il buono, il cinico vede solo il cattivo, ed entrambi sono ciechi alla realtà caotica, complicata, confusa che hanno di fronte.

Sì, ci sono crisi di replicazione, pregiudizi di pubblicazione e incentivi perversi che premiano le scoperte appariscenti e ignorano il duro lavoro. 

Il cinico usa questo per concludere che non possiamo fidarci di nessuna scoperta scientifica e che la competenza è solo credenzialismo e la revisione paritaria è un gioco a premi. 

Il che rende impossibile distinguere tra campi con gravi problemi e campi con problemi minori, tra studi profondamente imperfetti e quelli semplicemente imperfetti, tra esperti che spingono per un programma e coloro che cercano di scoprire la verità.

Quando tutti sono motivati ​​da interessi egoistici nascosti, perdiamo la capacità di distinguere tra chi è sinceramente impegnato nel bene pubblico e chi sta davvero truffando.

Il cinico potrebbe dire "Vedi, è proprio questo il punto, non c'è differenza". 

Questo significa semplicemente arrendersi.

Sospetto che parte di ciò che alimenta il cinismo moderno sia il sovraccarico di informazioni. Siamo esposti a un flusso infinito di storie di corruzione, fallimenti e tradimenti. 

Per ogni storia commovente su un'organizzazione benefica che fa del bene, ci sono tre denunce di frodi. 

Per ogni intervento politico efficace, ci sono dieci fallimenti. 

E tutto questo è più visibile che mai. 

È facile guardare a questo flusso di informazioni e concludere che il rapporto tra fallimenti e successi ci induca a dare per scontato il fallimento.

A questo si aggiunge che il cinismo in realtà funge da indicatore di status in certe comunità. 

Il cinico che sa spiegare perché una proposta non funzionerà sembra più intelligente di chi suggerisce che potrebbe funzionare se modificassimo questi tre parametri. 

E chi mette in discussione le motivazioni di tutti sembra più sofisticato di chi è disposto a prendere per buone le intenzioni dichiarate.

Il cinismo incoerente potrebbe essere persino peggiore di quello universale. 

Aggiunge ragionamento motivato e tribalismo a un punto di vista già problematico. 

Almeno il cinico universale è imparziale nel suo atteggiamento sprezzante. Il cinico selettivo usa il cinismo solo come copertura, applicandolo quando fa comodo e mettendolo da parte quando sono coinvolti i propri interessi.

William James scrisse della volontà di credere; che in alcune situazioni, credere in qualcosa può aumentare le probabilità che diventi realtà. 

In altre parole, la democrazia funziona solo se le persone credono che possa funzionare e vi partecipano di conseguenza. 

Le comunità scientifiche funzionano solo se le persone credono che l'onestà intellettuale sia possibile e si impegnano per essa.

Il cinico risponde che questo è solo ragionamento motivato, che crediamo in qualcosa perché vogliamo che sia vera, non perché lo sia. 

Ma le istituzioni, i movimenti e le norme sociali sono esistiti solo nella misura in cui le persone ci credono e si comportano come se fossero reali. Il cinico che tratta tutte le istituzioni come corrotte contribuisce a corromperle tutte, ritirando l'impegno in buona fede che le rende non corrotte.

Il cinismo universale è codardia morale, la riluttanza a esporsi o a investire le proprie speranze in qualcosa perché ciò equivarrebbe ad ammettere di avere a cuore qualcosa al punto da sbagliarsi. 

Il cinico riesce a sentirsi superiore senza contribuire in alcun modo, a criticare senza costruire nulla, ad avere ragione sui fallimenti senza mai rischiare di fallire.

Questa è la vera argomentazione contro il cinismo: protegge l'ego a spese del mondo. Ti fa sentire intelligente rendendoti inutile. E fa tutto a basso costo, a prezzi stracciati, mentre afferma di essere l'unica posizione onesta, l'unica realistica.

Vedere le cose come sono significa vedere sia i fallimenti che i successi, sia la corruzione che l'integrità, sia l'interesse personale che l'altruismo che esistono nel mondo.

L'invulnerabilità del cinico è in realtà solo un altro termine per impotenza.

E l'impotenza potrebbe proteggerti dal fallimento, ma ti garantisce anche che non riuscirai mai in nulla.



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mercoledì 17 settembre 2025

Il dolore non è solo un dato da misurare


 

Il dolore non è solo un dato da misurare o una variabile da trattare: è l’apertura di una comunicazione incarnata che chiama una risposta relazionale. Quando la medicina riduce la sofferenza a un sintomo misurabile, confrontabile, perde la possibilità non solo di curare meglio, ma soprattutto di riconoscere la persona come individuo. Il termine stesso individuo individua e rivela la posta in gioco: in-dividuum, ciò che non si può dividere. L’essere umano non è una somma algebrica di parametri clinici, organici, funzionali, né tanto meno un insieme di dati scomponibili e isolabili. 

L’essere umano è una totalità sorprendentemente irriducibile che comprende corpo, psiche, storia, relazioni, universo ermeneutico e simbolico. Quando la medicina “divide” per analizzare, guadagna certamente precisione e rigore tecnico ma rischia di perdere l’orizzonte della complessità umana. Con ciò non voglio dire che la divisione analitica debba passare in secondo ordine o essere svalutata. 

Al contrario, essa rimane uno strumento necessario: senza la capacità di distinguere, classificare, misurare, la medicina non sarebbe in grado di offrire diagnosi tecnicamente affidabili né di sviluppare terapie risolutive efficaci. L’analisi è ciò che consente di oggettivare il fenomeno, di renderlo comunicabile, di confrontarlo con protocolli condivisi.

Il problema nasce quando questa prospettiva diventa “esclusività”. Nel senso che l’approccio analitico non si limita più a essere uno strumento tecnico di conoscenza, ma pretende di esaurire l’intera verità della sofferenza del paziente. In questo modo, ciò che è solo un frammento di laboratorio viene dichiaratamente assunto come il tutto di una totalità ben diversa e lontana dalla complessità umana di cui si parlava. 

La prospettiva analitica, dunque, deve restare “aperta”, mai assoluta. Deve riconoscere i suoi limiti e accettare che i dati oggettivi non dicono mai tutto. Solo in questo modo l’analisi ritrova la sua funzione originaria: non sostituirsi alla persona, ma mettersi al servizio della sua cura e apertura comunicativa.

 Fabio squeo

giovedì 11 settembre 2025

Da lassù, vi parlo della mia mamma

 

La mamma è di nuovo triste. È sempre triste da quando il papà se n'è andato. Non so perché se n'è andato, semplicemente non c'era più.

È il giorno della biblioteca; le piace molto. L'odore dei libri mentre vaga silenziosamente tra gli scaffali è il luogo in cui si sente più felice. Ha sempre voluto portarmi. Trasmettermi il suo amore per le storie, farmi sedere sulle piccole sedie dai colori vivaci per immergermi profondamente nel mondo di un libro.

Vorrei baciarle la testa come avrebbe fatto lei con me. Accarezzarle la guancia morbida e dirle che andrà tutto bene. Ma io esisto solo qui, nell'ombra, non nel mondo in cui vive la mamma.

Alla mamma piace passeggiare nel parco mentre va in biblioteca. La vedo sorridere quando gli uccelli cantano, o quando il suo sguardo coglie un fiore in un'aiuola.

Una donna con una carrozzina le sta venendo incontro ora; la mamma attraversa la strada. I suoi occhi si riempiono di lacrime. Le fa male guardare il bambino della donna. Non lo ammetterà, ma desidera ardentemente ciò che ha l'altra donna ed è troppo doloroso, quindi si allontana, si nasconde. 

Mi chiedo se possa unirsi a me nell'ombra, ma in qualche modo sarebbe ancora più triste.

Sono tutti così gli adulti, che vivono negli spazi tra la felicità e la tristezza? I margini, si potrebbe dire, come in un quaderno. Non nascosti, ma non nei punti in cui guardi.

Da quando mi ha perso, c'è dolore nei suoi occhi. Non ci siamo mai incontrate. Era disperata per me, ma non sono mai riuscita a contattarla.

In biblioteca, ora, la mamma sorride alla signora dietro la scrivania, si conoscono, forse potrebbero essere amiche. Ci sono dei bambini piccoli nella sezione bambini con degli strumenti musicali; fanno un sacco di rumore cantando e suonando i tamburi. Vedo la mamma rimpicciolirsi in una piccola versione di sé stessa. Non le piace.

Cammina più veloce, dritta verso i bagni sul retro dell'edificio. Respira affannosamente e cerca di non piangere. Mentre si rimette in piedi, parla ad alta voce, cercando di raggiungere il vuoto. Mi dice che è forte, che può farcela. Solo perché non è mai stata mia madre, non significa che non possa essere felice.

Asciugandosi le lacrime, la mamma torna nella stanza principale; sorride di nuovo e il sorriso le raggiunge gli occhi quando le sue amiche bibliotecarie la chiamano per salutarla. Chiacchierano, parlando di libri. La luminosità nei suoi occhi si illumina; oh, come mi rende felice. Adoro vederla brillare.

Voglio che la mamma si senta in pace. Che sappia che va bene che non sono mai entrata nel suo mondo. 

Esisto qui, nell'ombra, e guardo la sua vita svolgersi accanto alla mia. Non è mai abbastanza, ma è quello che abbiamo. 

Non mi dimenticherà mai, ma vivrà la sua vita e troverà le piccole gioie. Forse anche alcune grandi gioie. Vedremo.

martedì 19 agosto 2025

Elaborare il dolore

 

A volte siamo troppo umani, ci lasciamo prendere da un’infinita tristezza e in casi estremi anche da rabbia e violenza, perdendo cuore e ragione, in situazioni che meriterebbero una migliore gestione delle emozioni, ma che finiscono per portare altri dispiaceri. 

Ne abbiamo prova dalle notizie che scorrono in TV: coppie che si separano in tragedia, atti insensati negli ospedali, reazioni spropositate in diversi ambiti sociali. In questi casi, sembrerebbe che reagire forsennatamente sia causato da un virus che colpisce l’anima e che attanaglia sentimenti, nati puri e poi trasformati in ossessioni.

Dolore, tristezza e lutto sono emozioni che accompagnano il cuore infranto, che si tratti di una relazione, della perdita di una persona cara o di una profonda delusione da parte di qualcuno da cui meno te l'aspetti; Il dolore può far annegare in un oceano di lacrime o può spingere a commettere atti sconsiderati senza quasi rendersene conto.

Va bene concedersi di provare le emozioni che accompagnano la rottura di una relazione sentimentale o la perdita di una persona cara, perché è bene lasciarsi elaborare il dolore, piuttosto che cercare di reprimerlo o sforzarsi di soffocarlo.

È quasi sempre bene prendersi del tempo per elaborare il lutto e, se possibile, piangere per alleviare le emozioni oppure contare sul conforto delle persone care.

Occorre tenere in mente che la guarigione richiede tempo, bisogna essere pazienti con sé stessi e non farsi pressione per superare il trauma emotivo in fretta. 

Con il tempo, il supporto e la cura di sé, il cuore spezzato guarirà in men che non si dica. Inoltre, è da tener conto che non si è mai soli nel proprio dolore e che tante altre persone hanno attraversato la medesima situazione di sconforto e alla fine, ne sono uscite più forti. 

Occorre, quindi, fidarsi che i giorni migliori arriveranno.

lunedì 4 agosto 2025

L'odio come maschera per il disagio

 

L'odio è spesso una maschera per il disagio, un modo per rifiutare ciò che ci turba senza impegnarci a fondo per comprenderlo. È un'etichetta superficiale che ci permette di evitare di accettare sfide, perdite o differenze. Quando classifichiamo qualcosa come "odioso", ci dà l'illusione di controllo e il permesso di andarcene. Ma quando restiamo con il disagio, ci invita a riflettere: perché questo mi turba? Quale parte di me si sente minacciata?

L'odio ci libera dalla responsabilità di possedere le nostre convinzioni fisse. Ci permette di aggirare l'indagine vulnerabile su ciò che non va. Etichettare qualcosa come "odioso" crea distanza; definirlo come disagio richiede coraggio e responsabilità interiore.

Mi ricorda i tifosi sfegatati che "odiano" le loro squadre rivali. Cosa sta succedendo veramente? Il loro rivale rappresenta la possibilità di una sconfitta, la possibilità che la loro squadra non vinca. Questo non è odio; è disagio mascherato. È il dolore della delusione proiettato all'esterno. 

Un altro esempio sarebbe se qualcuno "odiasse" un genere musicale o una moda perché rappresenta un cambiamento culturale che non comprende. Gli esseri umani gravitano naturalmente verso la comodità, quindi quando qualcosa di diverso o impegnativo si presenta nella loro realtà, li costringe a confrontarsi con ciò in cui sono diventati stagnanti (causando disagio).

Questa stessa dinamica esiste nelle divisioni sociali più profonde – tra culture, religioni e identità. Ciò che spesso appare come odio è in realtà disagio:

Disagio per la differenza.

Disagio per l'accettazione.

Disagio per la sfida di espandersi, comprendere, entrare in empatia.

L'odio diventa una difesa quando l'identità o la visione del mondo si sentono minacciate. È una strategia per mantenere il controllo e il dominio – una reazione radicata nella paura. In fondo, l'odio è un'energia interiore – una forza obsoleta che ha contagiato il mondo moderno. Si aggrappa al potere attraverso la separazione, l'aggressività e il controllo. Ma quell'era sta finendo. Il bisogno di ostentare odio per affermare il proprio dominio è scomparso.

Nell'Era dell'Acquario, ci siamo rapidamente trasformati in un'energia femminile divina, che detiene il potere di unire, nutrire e guarire. La priorità ora è smantellare strutture ed entità di dominio e sostituirle con sistemi più sostenibili e unificanti. Sistemi che invitano alla collaborazione, all'innovazione, all'esplorazione e alla creazione attraverso l'espansione consapevole e non il controllo. Quest'era ci sta guidando verso un nuovo paradigma, in cui l'amore e la comunità hanno un potere maggiore di quanto la paura e il controllo possano mai avere.

domenica 13 luglio 2025

Mio figlio ha lottato per essere vivo e stare con me

 

Dal momento in cui abbiamo scoperto di lui, Jack ha lottato per essere qui. Abbiamo scoperto che ero incinta solo due mesi dopo un aborto spontaneo. Pensavo di essere incinta solo di tre settimane, ero emozionata e mi chiedevo persino: “E se fossero gemelli?" 

L'ho scoperto così presto!”. Ma poi ho iniziato a sanguinare. Dopo un viaggio al pronto soccorso, abbiamo scoperto che avevo un'emorragia subcorionica che copriva il 50% della sacca gestazionale. Questo significava che avevo una lacerazione tra il bambino e il rivestimento dell'utero. Ho scoperto di essere incinta di 8 settimane e semplicemente non lo sapevo a causa del sanguinamento. 

Abbiamo fatto la nostra prima ecografia e l'esame ha mostrato che Jack aveva una frequenza cardiaca elevata e poco liquido amniotico. Sono stata mandata a casa e mi è stato detto di aspettarmi un aborto spontaneo. Non avevo idea che questo fosse solo l'inizio di un lungo percorso con mio figlio.

Ero devastata. Tutto quello che potevamo fare era aspettare. Quando sono tornata una settimana dopo, c'era del liquido. La sua frequenza cardiaca si era normalizzata. Era un buon segno.

Il resto della gravidanza non è stato facile. Avevo forti nausee mattutine, dovevo rincorrere un bambino piccolo e avevo un elevato rischio di spina bifida. I medici hanno controllato e per fortuna era tutto a posto. Poi, alla trentesima settimana, durante un'ecografia anatomica, hanno trovato un arco aortico destro. Ero sotto shock. Cos'altro poteva andare storto? Un'ecografia fetale alla vigilia di Natale ha confermato l'arco. Ci hanno detto che era “normale” e di non preoccuparci, che forse non avremmo mai saputo che ce l'aveva.

Non avevamo idea di quanto sarebbe stato importante in seguito.

Jack è nato il 10 febbraio 2025 con un peso di 3 kg e 130 grammi. Siamo andati in ospedale per il mio cesareo programmato aspettando il nostro bambino. È nato e il medico ha immediatamente iniziato a visitarlo. Io ero sul tavolo operatorio, quindi non potevo vedere. Mio marito è stato il primo a vedere il nostro piccolo quando è andato a tagliare il cordone ombelicale. È tornato e mi ha parlato subito del suo orecchio. Ha detto che non dovevamo preoccuparci, che probabilmente era solo un problema estetico, ma in seguito abbiamo scoperto che soffre di microsomia emifacciale, microtia e atresia, il che significa che la parte sinistra del suo viso è sottosviluppata, compresa la mascella. Gli manca un osso e l'orecchio non ha il condotto uditivo. 

È stato allora che abbiamo iniziato ad adattarci, è stata la nostra prima esperienza di come sarebbe stata la vita con Jack. Abbiamo iniziato a renderci conto che sarebbe stato diverso, che avevamo una strada da percorrere. Nonostante tutto, era il nostro ometto perfetto.

Singolarmente, la maggior parte di queste condizioni può migliorare con il tempo o essere trattata chirurgicamente. Un'ecografia effettuata quando aveva 2 settimane ci ha rivelato che il suo arco non era un problema e che l'anatomia del suo cuore era perfetta. Il nostro cardiologo ci ha detto di prestare attenzione ad alcune cose quando sarebbe cresciuto e ci ha congedati. Ci è stato ripetuto più volte che Jack aveva solo bisogno di tempo per crescere. I medici ci hanno fornito una lista di cose a cui prestare attenzione e poi ci hanno mandato via.

Ma io non potevo semplicemente aspettare. Ho iniziato subito a fare ricerche su terapie, procedure, assicurazioni, qualsiasi cosa, ero pronta. Jack sembrava mostrare sintomi “normali” in base a queste diagnosi. Nonostante alcune difficoltà - respiro rumoroso, difficoltà nell'alimentazione - stavamo facendo tutto nel modo giusto. Visite mediche regolari, supporto logopedico, intervento precoce. Stavamo facendo tutto il possibile.

Jack era felice, era amato e apparentemente in buona salute. Persone da ogni parte venivano a sapere di Jack, mi contattavano, mi dicevano quanto fosse speciale. Era adorato da chi lo circondava, specialmente dalla sua sorella maggiore. In quelle prime settimane non riuscivo a tenerla lontana da lui. Si tuffava nella sua culla, chiedeva continuamente di tenerlo in braccio e voleva solo coccolare il suo piccolo Jack. Era davvero bellissimo da vedere.

Poi è arrivata la settimana del 18 aprile e il nostro mondo è crollato.

Jack, che aveva solo due mesi, ha contratto il rinovirus. Ha iniziato ad avere il naso congestionato. Gli aspiravamo continuamente il naso, ma era difficile capire cosa fosse “normale” per lui e cosa no. All'inizio di quella settimana, abbiamo notato delle retrazioni nella sua respirazione e siamo andati al pronto soccorso. Dopo averlo monitorato brevemente, ci hanno mandato a casa.

Mercoledì, Jack ha smesso di respirare per la prima volta.

L'hanno definito un episodio “BRUE” (Brief Resolved Unexplained Event, evento breve risolto inspiegabile). Siamo corsi in ospedale. Ci hanno tenuti lì per 20 ore, poi ci hanno rimandati a casa.

Venerdì è successo di nuovo. Era l'una di notte, Jack si è svegliato irrequieto. Era un po' prima del solito. L'ho preso dalla culla, l'ho cullato un po' e, visto che non si calmava, ho pensato che avesse bisogno del biberon. Sono andata nella sua stanza accanto, l'ho messo nella culla e sono andata in bagno a scaldare il latte. Quando sono tornata, Jack era blu. Non potevo crederci, l'ho preso in braccio e ho gridato a mio marito Ian: “Sta succedendo di nuovo!”. Ma questa volta non si è ripreso subito.

I 30 minuti successivi sono stati caotici. Mio marito, Ian, ha iniziato la rianimazione cardiopolmonare. Io ho chiamato il soccorso. Jack ha ricominciato a respirare. Ian è stato il primo a salvare la vita a Jack quella notte.

È arrivata l'ambulanza e siamo andati al pronto soccorso. Ma le cose peggiorarono, Jack smise di respirare di nuovo, questa volta per cinque minuti. Alzai lo sguardo e vidi il suo viso riflesso nell'ambulanza, e ricordo di aver visto l'espressione sul volto di mio figlio mentre lottava per respirare. Urlai al medico in arrivo: “Non respira!!!” Lui non rispose, ma lo tirò fuori dal seggiolino e lo adagiò sul letto. Ricordo il suo aspetto, blu e senza vita sul letto. L'ambulanza accese le sirene e accelerò verso l'ospedale. 

Mentre giaceva lì, gli hanno fatto tantissime compressioni. Ricordo solo di aver urlato. Ripensandoci, non riesco a credere a come quell'operatore del pronto soccorso abbia lavorato sotto quella pressione. È stato il secondo, e forse il più importante, a salvare la vita di Jack quella notte.

Al pronto soccorso, Jack faceva fatica a respirare. I medici hanno deciso di intubarlo per dare riposo al suo corpo. Ma le cose non sono andate come previsto. Durante l'intubazione, Jack è andato di nuovo in arresto cardiaco. Questa volta il suo cuore si è fermato per 15 minuti.

È difficile ricordare veramente cosa è successo in quei 15 minuti. Ian ed io siamo rimasti lì impotenti, guardando la vita del nostro bambino nelle mani di qualcun altro. Solo molto più tardi ho capito la gravità di ciò che era successo: il suo cuore si era fermato. Nel frattempo, nostra figlia era in un'altra stanza a giocare con un'infermiera.

Eravamo paralizzati. Infermieri e medici cercavano di aggiornarci e di spiegarci cosa stava succedendo. Non riesco a immaginare come potessimo apparire. Sbalorditi, spaventati, scioccati. Io stavo in piedi in quella stanza in camicia da notte. Mio marito non riusciva a parlare, aveva le lacrime agli occhi. Continuavo a guardarlo, senza sapere bene cosa mi aspettassi di vedere, ma mio marito sembrava quasi assente.

Il sollievo che ho provato quando finalmente hanno detto: “È intubato”. C'erano così tante persone che stavano salvando Jack. Ho perso il conto.

L'infermiera ci disse che Jack era in condizioni critiche e che doveva essere trasportato in elicottero a un centro specializzato. Era così gravemente malato che il nostro ospedale riteneva di non poterlo aiutare. Ricordo di aver aspettato l'arrivo delle infermiere dell'elisoccorso. Indossavano tute da volo e continuavano a ripetermi che avrebbero fatto del loro meglio per portarlo lì sano e salvo... del loro meglio. Nessuna garanzia. Il terrore mi stringeva il petto. 

Mi sentivo come se stessi guardando me stessa da un angolo della stanza. Non riuscivo a guardarmi intorno. Riuscivo a malapena a parlare. Abbiamo dovuto dire addio al nostro bambino e riporre ancora più fiducia nelle persone che ci circondavano. Ma lo hanno portato lì e c'erano altre due persone che stavano salvando la vita di Jack.

Cinque ore dopo, eravamo in piedi accanto a Jack nel reparto di terapia intensiva pediatrica. Sedato. Intubato. Vivo.

Ricordo la prima volta che i medici sono venuti a fare il loro giro. È stata la prima volta che le parole “arresto cardiaco” mi hanno davvero colpito. È stata l'esperienza più surreale che abbia mai avuto. Stavo in piedi accanto al mio bambino ventilato e singhiozzavo, dicendo ai medici e agli infermieri che non sapevo. Non mi rendevo conto di quello che era successo. Continuavo a ripetere “Non lo sapevo” ancora e ancora. La gravità del futuro di Jack mi ha colpito. 

In quel momento ho pianto forte. Ho pianto per il mio povero bambino che non avrebbe avuto un futuro. Ho pianto per mio marito che si sarebbe incolpato per sempre. Ho pianto per mia figlia che non avrebbe conosciuto suo fratello. Ho pianto per me stessa, incerta se lo avrei mai più tenuto in braccio vivo, incerta su come avrei superato tutto questo, incerta su come avrei spiegato tutto questo alla mia dolce bambina, la bambina che ama così tanto suo fratello. Mi sembrava che la mia luce si stesse affievolendo, spegnendosi, quasi completamente.

Jack era sotto diversi farmaci: per sedarlo, per combattere il virus, per gestire il dolore. Era avvolto in un dispositivo di riscaldamento e raffreddamento. Un elettrocardiogramma monitorava la sua attività cerebrale. Gli infermieri e i medici mi hanno spiegato tutto, ma io vedevo solo fili, tubi e un bambino che mi sembrava irraggiungibile. Erano passate 24... 48 ore da quando non toccavo il mio bambino. Ian non riusciva a guardarlo per più di 20 minuti alla volta. Il mio buffo e forte marito mi sembrava che anche lui mi stesse sfuggendo.

Ma poi ci sono stati dei barlumi di speranza.

“I suoi schemi cerebrali sembrano normali”.

“Respira senza il ventilatore”.

“Risponde ai suoni e al tatto”.

“Dovremmo riuscire a estubarlo presto”.

“Stiamo interrompendo la somministrazione dei farmaci”.

Ho ricominciato a vedere la speranza. Mio marito è diventato più ottimista. Ho iniziato a vedere una luce. Man mano che l'effetto dei farmaci svaniva, Jack mi guardava e mi teneva la mano. Era ancora lì. Mi chinavo su di lui, gli accarezzavo la testa. Lui mi guardava senza sussultare, senza lottare, semplicemente fissandomi. Ho iniziato ad accettare l'idea che forse ce l'avremmo fatta.

E non so perché stavo piangendo.

Non credo che potrei amarlo di più.

Solo tre giorni dopo, lo staccarono dal respiratore. Jack era sopravvissuto. Era sopravvissuto all'arresto cardiaco... due volte. La dottoressa chiese chi volesse tenerlo in braccio per primo. Dissi “Io” prima che finisse la frase. Tutti nella stanza risero. E infatti era così. Abbiamo tenuto di nuovo in braccio il nostro bambino. E ho pianto ancora una volta lacrime di impotenza, ma questa volta di sollievo. Stavo tenendo di nuovo in braccio il mio bambino.

Poi è arrivata la fase successiva: perché è successo?

Jack è stato trasferito in un reparto di pediatria generale per ulteriori esami. Siamo rimasti lì per una settimana. In quel periodo, io e Ian abbiamo dovuto iniziare a fare i turni. Avevamo una figlia a casa che aveva bisogno di noi. Più di quanto chiunque possa immaginare, avevamo bisogno di lei. Nola capiva un po' cosa stava succedendo. Sapeva che suo fratello era malato e sapeva che eravamo in ospedale. Pensava che i medici fossero fantastici. Ma capiva comunque che era una situazione spaventosa.

Il nostro villaggio si è mobilitato in modi che non avremmo mai potuto immaginare. Dalla raccolta fondi, alle catene alimentari, all'aiuto con nostra figlia, agli animali, al semplice fatto di venire a trovarci, è stato più di quanto avremmo mai potuto aspettarci. C'è stata una valanga di sostegno. Il medico del pronto soccorso mi ha chiamato dal suo telefono personale per sapere come stavamo. L'infermiera dell'elicottero ci ha seguito per vedere quando saremmo arrivati al reparto di pediatria generale ed è venuta a trovarci. Tutto per sapere come stavamo. Per assicurarsi che stessimo bene. Per assicurarsi che mio figlio vivesse. Non hanno idea dell'impatto che hanno avuto sul mio cuore.

Mio marito ed io abbiamo poi parlato di quanto deve essere stato difficile per le nostre famiglie e i nostri amici, ma soprattutto per i nostri genitori. Non solo dovevano preoccuparsi che il loro nipotino stesse bene, ma dovevano anche vedere i loro figli affrontare qualcosa che nessuno vorrebbe mai per i propri figli. Ognuno di loro ha reagito a modo suo. Immagino che abbiano provato la stessa impotenza che si prova quando una persona cara sta soffrendo. Sarò per sempre grata per la loro forza. Gestire le esigenze di salute di Jack è stato molto più facile sapendo che mia figlia era così ben accudita.

Durante quella settimana in pediatria generale, una TAC ha rivelato che Jack aveva un doppio arco aortico destro che comprimeva la trachea e l'esofago con quello che viene chiamato anello vascolare. Aveva cercato di respirare attraverso quello che era essenzialmente una cannuccia da caffè. Sebbene fossimo a conoscenza del suo arco aortico, non avevamo idea di quanto stesse effettivamente comprimendo la sua trachea. Questo era ciò che causava il suo distress respiratorio e gli arresti cardiaci. Avrebbe avuto bisogno di un intervento chirurgico per risolvere il problema.

Per quanto fosse terrificante, avevamo una risposta. Una risposta risolvibile.

Prima che ce ne rendessimo conto, ci stavamo preparando per l'intervento. Il giorno dell'intervento è stato difficile ... un'altra intubazione, un altro ricovero in terapia intensiva.

I giorni seguenti sono stati surreali. La vita in ospedale è imprevedibile ed estenuante. Ma Jack ha sorriso per tutto il tempo. I medici lo hanno definito “l'epitome della guarigione”. Abbiamo raggiunto ogni traguardo. Ogni giorno diventava sempre più felice. Ma soprattutto, Jack poteva respirare. Niente più gorgoglii. Niente più retrazioni. Niente più respiri affannosi. Ce l'aveva fatta.

Mentre Jack si stava riprendendo, c'erano ancora momenti in ospedale in cui continuavo a stressarmi, soprattutto quando ci dicevano che non era pronto per mangiare. Doveva usare un tubo nasogastrico perché il suo corpo aveva bisogno di tempo per crescere e diventare forte. Non era in grado di deglutire il cibo in modo efficiente.

Avevo passato tutta la vita di questo bambino cercando di farlo mangiare, e mi sentivo così sconfitta e triste per lui. Ho chiamato mia madre e mio marito piangendo. Ho detto loro che volevo che Jack facesse quello che tutti gli altri bambini potevano fare. Entrambi mi hanno detto di guardare il mio bambino. Guardare il suo viso. Guardarlo sorridere. Mangerà di nuovo. Ma è vivo ed è sopravvissuto. E non solo. È felice.

Jack ha ancora una lunga strada da percorrere. Avrà bisogno di interventi chirurgici all'orecchio e alla mascella, di un apparecchio acustico e di un attento monitoraggio delle vie respiratorie. Continueremo a preoccuparci per il suo sviluppo. Ma è sopravvissuto. È qui. E per questo siamo grati.

Quando si attraversa un'esperienza del genere, ci sono tante persone diverse che si offrono di dare sostegno. Che si tratti di preghiere, pensieri positivi, regali, cibo o altro. Non so bene in cosa credo, ma vi dirò una cosa. Mio figlio era destinato a far parte di questa famiglia, con queste persone, in questa vita, esattamente così com'è. 

Questo è il destino. Era destinato a essere nostro. Entrambi i miei figli mi hanno insegnato più lezioni di quante avrei mai potuto immaginare durante questo viaggio. Credo che la nostra comunità, le persone che sono entrate nella sua vita, in qualunque modo ci abbiano aiutato, siano la ragione per cui abbiamo superato tutto questo.

Abbiamo vissuto il peggior incubo di una famiglia e ne siamo usciti. Sono così fortunata ad essere la mamma di Jack.

Il mio ragazzo. La mia famiglia. Quanto siamo fortunati.

 


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